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Gli Anni Zero

Mi viene fin troppo facile: “Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?”

Perchè è così, eh. Son passati dieci anni da quando eravamo tutti tesi ed eccitati per l’inizio del nuovo millennio, e adesso la prima decade ha già salutato.

Non mi metto là a fare classifica, eleggere personaggi ed eventi importanti, a sfogliare l’album dei ricordi perchè non ho palle, vado avant ia membrum canis, che mi viene sempre bene.

31-12-1999: io neanche mi ricordo dov’ero o cos’ho fatto, la cosa più figa per me era che a scuola si scriveva la data in modo completamente diverso. Quando si dice “le priorità”.

Per dirla con una frase fatta dieci anni son volati. Sono stati anni di soddisfazioni personali e familiari immense, anni della maturità (non intesa come esame di quinta superiore eh), anni di graaandi soddisfazioni calcistiche (tra Milan e Italia è quasi difficile scegliere), anni di musica, cinema, libri, anni di cultura.

Sono stati anche anni di merda eh. Elenchiamo? Attentati dell’11/9, guerre in Afghanistan eIraq, tensione infinita in Medio Oriente, situazione critica in Iran, epidemie di vario genere, tsunami in Oriente nel 2004. Sono stati gli anni che hanno visto al potere persone come Bush e Berlusconi, come Saddam Hussein e Ahmadinejad, gli anni della corsa al nucleare degli stati meno affidabili, gli anni dell’euro e gli anni della crisi. Non è cambiato molto se pensate che la fame è ancora un grosso problema e la libertà molti non sanno neanche cosa sia.

Parliamo dell’Italia? Un paese che forse oggi è più indietro di dieci anni fa. Un paese dove succedono cose come il G8 di Genova, dove domina ancora la mafia e la corruzione, dove lo Stato non è garante di sicurezza ma spesso è il più subdolo degli assassini. Siamo il paese che continua a dare fiducia a Berlusconi, un paese dove in alcune regioni il partito del razzismo raggiunge il 50% dei consensi, siamo un paese che ha perso la sua strada, altro che poeti, santi e navigatori. E’ davvero difficile guardare al futuro nel nostro paese.

Però non ci sono alternative, purtroppo il futuro è là che ci guarda e non ha molta voglia di aspettare.

Quindi, avanti con altri dieci anni, sperando che siano migliori di questi anni Zero, che ci hanno forse fatto toccare il fondo.

Adesso siamo ad un bivio, o cominciamo a scavare, o proviamo finalmente a rialzare la testa.

I wanna be a basterd

I miei personaggi non sono i soliti eroi stereotipati, ma uomini comuni catapultati in uno sporco affare durante la seconda guerra mondiale.

Quentin dixit.

Beh gente, che film. Tarantino è Tarantino. Un regista pazzesco, trasgressivo, dissacrante, vanesio, ma c’è poco da fare, chi li fa film così?
Non aspettativi la genialità di di Pulp Fiction, nemmeno il colorato divertimento di Kill Bill, questo è quasi un film “normale” per gli standard di Tarantino.
Ci ha regalato un film perfetto, stilisticamente si vede la sua mano (la divisione in sequenze/atti, le scene action accelleratissime, i dialoghi, l’insistere sulla gente che mangia :) ), ma non è un film folle, come gli altri. E’ un film che ti guarda negli occhi e ti dice “beh? hai visto cosa so fare?”
Splatter quanto basta, ironico, emozionante, coerente. E’ veloce quando deve esserlo, le sparatorie danno un’adrenalina pazzesca, sa essere lento, i dialoghi sarebbe da imparare a memoria, da far vedere a scuola.
La scena iniziale, parliamone!! Una crescendo di tensione (Cristoph Waltz ha fatto bingo, è IMMENSO, merita almeno una nomination agli Oscar) che termina in maniera fantastica: “Au revoir, Shosanna!”.

Poi Brad Pitt. Si vede a sprazzi, meno di quello che pensavo, ma è in grande spolvero e sa essere tarantiniano fino al midollo. E ha un ruolo fantastico, i suoi Basterds sono davvero dei basterds.

I dialoghi! Cazzo, i dialoghi!
La scena della liberazione di Donowitz! no words.

Insomma brothers, se non l’avete visto “coreteeee, deppiùùù” (cit.), è praticamente impossibile non adorare questo film.

C’è anche Eli Roth, cazzo! :D

Quelli che girano in borghese

Io, persona di umili origini e sostenitore della riscossa proletaria giro per i capannoni senza la tuta blu.

C’è una figura nel mio immaginario.

Oddio, a dire la verità ce ne sono tante, ma di una in particoalre vi voglio parlare.

Tutti, o perlmeno tanti di voi, avranno sicuramente avuto esperienze di lavoro in fabbrica. Per un estate, un periodo o tutta la propria vita lavorativa, comunque per un lasso di tempo più o meno breve.

Ecco, dicevo. Avendo lavorato in fabbrica tra sudore e fatica, sporco e polvere, pesi da spostare e macchine da far funzionare si può dire tranquillamente che è un lavoro difficile. Ci si può abituare a farlo, ma pesante e stancante lo è sempre e comunque.

Il più delle volte si ha una tuta, spesso blu (io una volta ce l’avevo verde), oppure ci son posti dove ci si può vestire come si vuole, ma difficilmente uno ci va con gli ultimi jeans comprati o con la camicia stirata.

Capita poi, che in questo capannone X (siamo nell’ambito dell’astratto ancora, quindi capannone X mi pare una definizione idonea), passi della gente. Colleghi dell’ufficio, clienti, fornitori, personale esterno, titolari, artisti di strada.

Li vedi loro, passare tronfi nella loro eleganza, nel loro non avere le mani nere, col loro passo spedito, con la loro convinzione di fare qualcosa di più importante di quello che stai facendo tu, umile operaio.

Ecco.

Il senso del post è che io sono diventato uno di quelli.

Solo che io sono la versione Pure. Senza macchia e senza paura.

Posso tranquillamente affermare che nel mio caso l’abito non fa il monaco.

Anzi, spesso quando cammino nel capannone della ditta dove lavoro, mi sento quasi a disagio, perchè la gente che è con me (quasi sempre i titolari, o comunque dei commerciali con clienti) fanno un po’ i cagacazzi e se la tirano.

Io uno sguardo e un ciao lo do a tutti. Di sicuro è tutta gente che vale tanto quanto me e non vedo il motivo del camminare altezzoso altrui.

Magari col tempo diventerò così anch’io ma vi autorizzo ad indirizzare un fucile a pompa contro il mio cranio, prima.

Oggi, per dire, ero nella sede della nostra consociata. Abbiam fatto un giro completo dei post idi lavoro assieme a dei clienti.

Io avevo la mia cartellina d’ordinanza, che tutti portano per darsi un tono ma il più delle volte non serve :D (chi cazzo scrive mentre cammina?)

e ascoltavo interessato i discorsi che facevano, solo che se uno mi guarda e mi sorride io lo saluto.

Io poi, che sono uno degli ultimi arrivati e in quest’altra sede mi conoscono poco, dovrei tirare dritto per la mia strada tanto manco sanno chi sono.

Invece ne ho salutati più io che gli altri 4-5 messi assieme. Un mulatto mi fissava con fare minaccioso, gli ho fatto l’occhiolino e lui mi ha sorriso, probabilmente altri 5 secondi e mi avrebbe etichettato come “fighetta da ufficio”. Sta ciolla, io sono moralmente uno di loro.

Poi, che per fortuna sia finito a fare un lavoro che mi piace e abbia evitato di lavorare in fabbrica è stato frutto di anni di sacrificio, perchè ovviamente nessuno ti regala niente. That’s the point.

[ Come dite? Loro parlavano di lavoro e io non c'entravo fondamentalmente un cazzo quindi avevo tempo per guardare in giro e salutare ogni cazzone che passava?

Eh vabbè, cazzo volete? L'educazione è l'educazione! :D ]