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Carlo Giuliani, ragazzo. 20 luglio 2001

“E’ l’ignoranza che fa i rassegnati. E’ l’arte che deve fare i ribelli”

Genova, 8 anni fa. Carlo Giuliani viene colpito con un colpo di pistola da un carabiniere.

Non bastasse l’auto dello stesso carabineire (Land Rover defender con tre persone a bordo) investe il copro esanime per due volte.

Carlo è a terra, muore.

Era a quattro metri e passa dal mezzo, stava alzando un estintore (stava). Probabilmene una minaccia troppo grande per una persona armata dentro un auto.

Nessuno soccorre il ragazzo, anzi, appunto, gli passano due volte con un auto e le forse dell’ordine si mettono attorno a lui in piedi.

Succedono un altro bel po’ di cose brutte:

- vicino alla testa del ragazzo viene posato un sasso che prima non c’era e il vice questore Lauro tenta in maniera penosa di incolpare un manifestante della morte di Carlo. (video recentemente rimosso da youtube, ma penso si trovi ancora da qualche parte)

-si scopre che il ministro Scajola aveva dato l’ordine di sparare se qualcuno avesse tentato di entrare nella zona rossa. Sparare per uccidere.

-la famiglia del ragazzo viene avvisata solo alle 22 nonostante l’identità fosse nota da subito. Anzi alla sorella viene pure detto che Carlo sta bene.

-alcune dichiazioni incredibili da parte delle f.d.o. tra cui ricordiamo un “hanno ucciso una zecca, 1-0 per noi” (c’è l’intercettazione semrpe su youtube) e a Placanica “benvenuto tra gli assassini”.

-un giornalista che stava documentando la scena è stato picchiato e malmenato dai carabinieri. motivo?

-Carlo, a terra, viene colpito alla testa con un calcio da un carabiniere.

Ecco la scena di quel terribile giorno:

Carlo Giuliani

Carlo Giuliani

Rimane tanta amarezza per la giustizia ormai assente in questo paese.Beccatevi Guccini e, per favore, non dimenticare C arlo.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d’anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido
d’Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini.

Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso,

appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La “salvia splendens” luccica, copre un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita

Briciole di giustizia

La giustizia è merce rara in Italia. In particolar modo è quasi impossibile ottenerla in un processo contro un pubblico ufficiale. Occhio, ho detto “quasi”.

Ferrara, 25 settembre 2005.

Un ragazzo viene fermato da quattro agenti per il suo comportamento “strano”.

Sopraggiunge un malore.

Dopo un po’ viene chiesto l’intervento di un’ambulanza perchè il ragazzo non sta bene.

All’arrivo questa è la situazione del giovane:  “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena (…) era incosciente e non rispondeva”, e dopo qualche tentativo non resta che constatare la morte del ragazzo.

Ma cos’è successo in quei minuti?

L’hanno pestato a sangue (rotti due sfollagente), l’hanno ammanettato e trascinato nell’asfalto, l’hanno gettato a terra e col loro peso l’hanno schiacciato fino ad ammazzarlo.

Ovviamente hanno tentato di insabbiare tutto: il PM non è andato a vedere il luogo del decesso,  non è stata sequestrata l’automobile sulla quale secondo gli agenti si sarebbe ferito il ragazzo, hanno messo a disposizione il nastro della conversazione fra la pattuglia e il 113 solo molto tempo dopo.

Una serie di piccoli eventi ai quali si aggiunge la registrazione della centrale operativa “”… l’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto“.

Il ragazzo è Federico Aldrovandi. Questo sono le sue condizioni dopo il “malore”:

Federico Aldrovandi.

Federico Aldrovandi.

Oggi i quattro agenti sono stati condannati a 3 anni e qualche mese di reclusione.

E’ poco per degli assassini, ma è già qualcosa.

Anche perchè tra poco è tempo di G8, quindi come non pensare a Carlo?